Proprio in questi giorni, il fenomeno – ormai virale – di Artcraft e di Brandon Thomas (lo sviluppatore che, in preda all’ira nei confronti di Adobe, ha deciso di liberare il mondo riproducendo i software di design del celebre brand) ha suscitato in me una serie di riflessioni sulla natura del nostro rapporto con la tecnologia e, soprattutto, con i suoi fornitori.
Non mi metterò a fare un’analisi dell’evento in sé, dal momento che se ne è già parlato in mille modi e in mille termini e – onestamente – non lo considero neanche quel geniale feat ingegneristico che tanti autori gli attribuiscono (non me ne voglia il buon Thomas, ma oggettivamente, oggi è un’impresa alla portata di tutti i buoni programmatori che siano anche piuttosto competenti con lo strumento che vogliono replicare). Tuttavia, il fatto stesso che sia avvenuto ha creato, a mio avviso, una sorta di cesura tra due periodi storici del software.
E questa cesura non poteva non portarmi a riflettere, almeno in parte e almeno un po’, sul fatto che quello che stiamo vivendo sia effettivamente un semplice seguito di quanto avvenuto sinora oppure rappresenti un nuovo paradigma nel mondo dello sviluppo software (di questo parlerò in un articolo apposito).
Come ogni volta che qualcosa mi suscita una riflessione, ho fatto quello che ritengo vada fatto in questi casi: mi sono informato e ho studiato un po’ la materia e l’argomento (niente di eccezionale, ma qualcosa sono andato a vedermela, ecco perché ne parlo a distanza di quasi un mese). Dal momento che questo studio mi ha aperto un’altra lunga serie di domande, mi sono (auto)convinto a portarle anche all’attenzione degli sporadici lettori che si troveranno di passaggio su questo blog, nella speranza di suscitare nuove riflessioni anche in loro.
Poi, è il centenario della nascita di Ivan Illich, quindi direi che è proprio l’anno giusto per parlare di questi temi.
La storiella di Brandon Thomas
Come dicevo, non entrerò nel dettaglio dell’evento scatenante, ma un piccolo cenno è necessario per inquadrare correttamente il contesto su cui si basa questa analisi. La terrò breve, giuro.
Un bel giorno, un certo Brandon Thomas, sviluppatore abbastanza prolifico e professionale, doveva editare qualcosa (un’immagine, un logo? Non lo so). Ha dunque deciso di seguire gli standard di settore e scaricare il pacchetto Adobe Creative Cloud. Finito di utilizzare lo strumento per il fine per il quale lo aveva acquisito, ha ben pensato di disdire l’abbonamento ad Adobe, cadendo nella trappola della fee di abbandono di Adobe. Questo ha scatenato in lui un istinto di rivalsa (cosa abbastanza comune negli sviluppatori) nei confronti della cattivissima Adobe.
Non ho la più pallida idea se questo sia stato davvero il percorso che ha portato Thomas a fare quello che ha fatto, ma mi piace pensare che sia andata così. Non prendetela come una cosa vera, ma come una storiella raccontata da me, in cui nomi di luoghi e persone sono totalmente inventati.
Qui, le parole da tenere a mente sono standard di settore, strumento, abbonamento, egress fee e Adobe è il male. Ah no, questa no.
Il filo rosso: la dipendenza
Qual è il filo conduttore di questi concetti? È evidente che un filo rosso ci sia: tutti abbiamo visto come Google, Microsoft, Amazon… insomma, tutti gli hyperscaler seguano la stessa traiettoria.
Ne parla Doctorow nel suo blog Pluralistic, quando affronta il tema dell’enshittification (gran paroliere il vecchio Cory), e ne parla Yanis Varoufakis (anche se in termini marginalmente diversi) nel suo Tecnofeudalesimo (notare l’ironia di vederlo venduto su Amazon). Però, forse, il contributo più interessante è dato proprio da Illich, anche se la sua attività intellettuale è cessata poco prima del sorgere del colosso di Seattle.
Il punto vero, il filo conduttore, è la DIPENDENZA. A ben vedere, poi, Varoufakis non parla proprio di dipendenza, lo fa più Durand, ma Varoufakis è l’autore che ha reso celebre il concetto, quindi si prende anche tutti gli onori (oltre agli oneri delle – ben solide – contestazioni).
Il lock-in e le quattro fasi
Ma perché vi sto ammorbando con i miei voli pindarici e le mie divagazioni? Perché il concetto di dipendenza (non quella dalle droghe, badate bene) è forse uno dei temi più rilevanti del nostro tempo.
Il fenomeno del lock-in è proprio quello su cui si basano gran parte delle osservazioni di Doctorow quando descrive il modo di agire dei tecnofeudatari (leggi i capitalisti moderni) che – in sostanza – si sviluppa in quattro fasi: all’inizio c’è un invito a partecipare, basato su una grossa convenienza finanziaria o di altra natura economica, seguito da un trasferimento di valore dagli utenti ai clienti commerciali e, successivamente, dall’abuso anche dei clienti commerciali in favore degli azionisti (bargain-then-ripoff). A quel punto, nella fase 4, il servizio diventa sempre più scadente, fino a perdere la propria utilità.
È un paradigma che abbiamo visto innumerevoli volte anche nelle nostre vite, da Uber (poco, in Italia, onestamente) a YouTube, a Netflix. Il fornitore ti «acchiappa» con lo sconto o con la comodità di avere qualcosa sempre a disposizione, per poi introdurre dei tier negli abbonamenti, facendo degradare il servizio dell’abbonamento base fino a renderlo meno preferibile rispetto a un tier superiore. Magari, nel frattempo, sono nati dei competitor e quel servizio che prima era così comodo non sembra più così onnipresente (o così completo, magari perché molti film sono passati a Disney Plus).
Una volta raggiunta questa fase, l’utente si ritrova nella condizione di non poter disdire l’abbonamento perché – magari – esportare tutti i dati di un servizio di cloud drive sarebbe un’attività per la quale sarebbero necessari giorni interi di sistemi accesi, investimenti in storage e rischi di corruzione dei file (egress fee in incognito), pur ricevendo un servizio peggiore di quello che aveva all’inizio.
Questo fenomeno – attenzione – non si verifica solo in banalità come le serie TV. Perché usiamo tutti WhatsApp? Oggi lo usano tutti; cancellarlo ci farebbe perdere anni di conversazioni, foto, ricordi, meme e quant’altro; senza, sarebbe molto più difficile contattare amici e parenti; apparentemente, non esistono alternative altrettanto valide.
Ecco, questo è esattamente quello che avviene con i prodotti di Adobe. Perché usi Photoshop anziché Gimp? Perché Gimp non è allo stesso livello e – inoltre – Photoshop è lo STANDARD DI MERCATO.
Illich e la dipendenza dagli strumenti
Negli anni ’70, Illich ci parlava di come, già ai suoi tempi, stessimo vivendo in un’epoca in cui gli strumenti erano diventati fonte di dipendenza (a ben vedere, lui per strumenti intendeva un sacco di cose, dalle istituzioni agli strumenti veri e propri), perché, nel momento in cui la società si conforma all’utilizzo di un determinato insieme di regole e meccanismi (lo strumento, appunto), non utilizzare questi ultimi ci renderebbe dei paria della società. E, badate bene, cinquant’anni prima Ivan aveva descritto la stessa procedura di enshittification che oggi descrive Doctorow.
Una piccola digressione: i due spartiacque
Su questo faccio una piccola digressione, perché è molto interessante.
In sostanza, Illich ci diceva che esistono due spartiacque nella storia di ciascuno strumento: il momento in cui questo inizia a generare un’utilità vera per l’utilizzatore (fase 1 di Doctorow) e il momento in cui questa utilità diventa «controproduttiva» (fase 4 di Doctorow), ovvero quando inizia a creare più problemi di quelli che risolve.
Curiosamente, Illich ci presentava questo problema attraverso la medicina (anch’essa uno strumento), dicendo che, all’accrescersi della capacità dello strumento, la sua utilità marginale decresce sempre di più, fino a diventare negativa e portare alla medicalizzazione di ogni settore della nostra vita. Forse questo è un esempio un po’ del cazzo, o forse mi spiego malissimo io (più probabile).
Parliamo di un altro suo esempio: l’automobile. All’inizio, è una bomba! Ti puoi muovere liberamente da una parte all’altra molto più velocemente e comodamente che a piedi o a cavallo. Poi, però, la società costruisce le città in funzione delle automobili e, a quel punto, non solo, se non hai una vettura, hai più difficoltà oggettive nel compiere le azioni di tutti i giorni, ma anche se hai una vettura, visto che ormai ce l’hanno tutti, sarai soggetto al traffico, agli incidenti, alle strade progettate male… e alla fine avresti fatto prima andando a piedi.
Ovviamente, Illich non aveva previsto la nascita del «Tecnofeudalesimo» e – in ogni modo – non attribuiva questo problema di calo dell’utilità alla ricerca del profitto da parte dei fornitori (come fa Doctorow), ma alla natura stessa dell’essere uno strumento. Per lui, questa enshittification era un problema ontologico. Questo è anche il motivo per cui Illich è stato spesso preso come un araldo della «Decrescita Felice», perché, nella sua opinione, l’unico modo per impedire l’attraversamento del secondo spartiacque era far crescere di meno gli strumenti.
Lo strumento come estensione di me
Comunque, tornando a noi: alla fine della sua vita, Illich ha formulato la sua teoria sistemica, che considera superata quella degli strumenti e (da mente brillante quale era) si astrae sulla società in generale.
Quanto, realisticamente, noi percepiamo noi stessi come utenti? Parlare con qualcuno – oggi – è quasi sinonimo di una chat o di una telefonata. Andare da qualche parte è quasi sinonimo di usare una macchina (o un autobus, è indifferente quale sia il tipo o la marca dello strumento: è comunque uno strumento).
Fintanto che il problema è il fatto che esista uno strumento, allora potrò sempre scegliere di non utilizzarlo. Ma la società viene informata anche da come la mia percezione di me stesso si riflette su di essa. Dal momento in cui considero uno strumento come un’estensione di me, come la parte del mio corpo che uso per ottenere un risultato, quanto ne sono dipendente? Posso uscire da questa dipendenza?
Liberarci è possibile?
Naturalmente, ci sarebbe moltissimo altro da dire su questo argomento e forse riprenderò il tema in futuro (abbiamo tralasciato parti di fondamentale importanza, come il diritto – inteso come le leggi vigenti – e l’economia relativi al fenomeno), ma – con questa piccolissima e, mi perdonerete, superficiale analisi (ve l’ho detto, ci sto ancora riflettendo) – la domanda che mi pongo e che pongo anche a tutti i lettori è questa: liberarci dal ciclo del lock-in e dell’enshittification è possibile? E soprattutto, è auspicabile?
